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Nel castello di Shirley Jackson

Due sorelle, uno zio invalido, un gatto e una casa piena di amuleti: ‘Abbiamo sempre vissuto nel castello’ è la prosa dell’incubo che non urla

Di Marco Stracquadaini

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare”. Shirley Jackson è la maestra dell’horror aggraziato, se l’aggettivo non attenua troppo. La maestra dell’horror smorzato. Di certo il suo stile è inconfondibile e le storie che scrisse, brevi o lunghe – l’horror occupa preferibilmente i romanzi – le scrisse senza alcun progetto o calcolo o tendenza di genere letterario. Le atmosfere dei suoi romanzi le levitano intorno, semplicemente, dalla stanza in cui scrive alla casa e dalla casa al villaggio. Dal villaggio o comunità, poi, notoriamente fonte di orrori – e più ce ne sono quanti più sai vederne –, bussavano alla porta di casa sua ed entravano nella stanza, accolte con la maggior familiarità. Shirley Jackson crea turbamenti per i più impressionabili, per chi non regge le tensioni insostenibili. Ma così è la sua ispirazione. “A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”, dedica Stephen King ‘L’incendiaria’.

Il castello, le sorelle, il veleno

‘Abbiamo sempre vissuto nel castello’ (We Have Always Lived in the Castle) è un romanzo del 1962. Solo due anni dall’uscita di ‘Il buio oltre la siepe’ di Harper Lee, storia dall’aria comune con quella della Jackson, alla quale lo stesso titolo della Lee calzerebbe perfettamente. Due sorelle, che già conosciamo, e uno zio invalido in una grande casa di un piccolo villaggio. La storia è raccontata da Merricat, come la chiamano in famiglia. Sono felici, si vede e se lo ripetono spesso, e soprattutto sono privi di ogni relazione con la comunità, salvo il giro per la spesa che è compito di Mary. Affettuosi tra loro, ognuno vive nel suo mondo oltre che nella casa. Quello di Constance comincia nell’orto e continua nella fornitissima dispensa, termina in cucina. Quello di Mary è nella sua affollata, calda e sinistra vita interiore, ma anche sulla luna, suo più desiderabile rifugio. Quelli di zio Julian sono le carte piene di appunti e il libro scritto a metà ma che si intuisce interminabile. Indaga senza sosta e senza fretta sul famoso processo familiare. Dall’occasione di una visita per il tè, con la sola amica che ancora frequenta la casa, veniamo a conoscere il centro della vicenda: la morte dei genitori delle ragazze e della zia, moglie di zio Julian, di un fratellino delle due. Il veleno era nello zucchero e chi preparava sempre colazione, pranzo, cena, era Constance. Che fu processata e assolta. La comunità fa il vuoto intorno alla casa e i suoi abitanti ne sono felici, come si è visto.

La casa nei pensieri di Merricat è viva, e li protegge con l’aiuto dei tanti amuleti che lei le fornisce: libro inchiodato a un albero, biglie o piccole cassette di dollari sepolte... Quando qualcosa sta per succedere Mary lo avverte. E allora, per esempio, “era importante scegliere lo stratagemma più efficace per allontanare Charles. Un sortilegio imperfetto, o usato male, avrebbe attirato altre sciagure sulla nostra casa”. La minaccia è appunto la visita inaspettata di un cugino. Mary sceglierà tre parole – “melodia”, “Gloucester”, “Pegaso” – e se nessuno le pronuncerà non succederà nulla.

Il gatto che non mente mai

Un altro personaggio segue passo per passo Katherine e può considerarsi, per questo, protagonista al suo stesso titolo. Del gatto da storia inquietante ognuno può immaginare i tratti senza sbagliarsi di molto. Ma il gatto Jonas non ha nulla di inquietante: al contrario, dove si trova lui pare che non possa accadere nulla (se sta per accadere, infatti, se ne va), il che si addice a una vicenda in cui è onnipervasivo il potere degli amuleti. In una scena in particolare coincidono i due personaggi occulti del romanzo, il grande e il minuscolo: casa e gatto. Il cugino si è rivelato ampiamente la minaccia che Merricat sospettava, ma lei non si scompone e non ha cedimenti, al limite sparisce, congettura sortilegi, riappare. In quella scena sta rientrando per cena: “Mentre sbucavo con Jonas dal sentiero e attraversavo il giardino nel buio incipiente guardai la casa e mi sentii traboccante d’amore: era una buona casa e presto sarebbe tornata bella e pulita come un tempo”. Non solo amuleti medita Katherine, ma veri sabotaggi: il più efficace è quello di dare una sberla alla pipa di Charles lasciata accesa sul comò, mentre gli altri sono a tavola per la cena nominata. La pipa cade nel cestino pieno di carte e il seguito si intuisce. Riappare la comunità, dirompente, insieme ai pompieri, a rendere quasi definitiva la devastazione. Ma la casa resiste e le sorelle ricominciano a tessere la loro reclusa felicità, ormai senza lo zio Julian. Nei sommovimenti o sconvolgimenti della seconda parte dimentichiamo perfino la tragedia. Quell’evento che occupava tranquillamente le giornate dello zio, prima dell’incendio: “A ben guardare, in questa vicenda io ho avuto una fortuna sfacciata. Sono sopravvissuto a uno dei più sensazionali casi di avvelenamento del secolo. Ho conservato tutti i ritagli di giornale. Conoscevo le vittime e l’accusata, li conoscevo intimamente, come solo un parente che vive sotto lo stesso tetto può conoscerli. Ho preso appunti esaurienti su tutto ciò che è successo. Da allora non sono stato più bene”. Ogni definizione della scrittura e delle storie di Shirley Jackson – che ovviamente coincidono: non esistono le seconde senza la prima –, diventa limitante. A ribadire che Shirley Jackson è indefinibile perché unica.

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2026-06-18T07:00:00.0000000Z

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