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L’arte che invita a prendere posizione

‘L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione’: a Casa Rusca una mostra collettiva curata da Marco Franciolli che esplora i meccanismi della visione

Di Cristina Pinho

Esiste un punto esatto da trovare: solo allora dalla distesa di linee azzurre che attraversano pareti, scale e arcate prende forma una figura coerente. Un passo di lato e torna a scomporsi. Si intitola “Cinque triangoli a vanvera” ed è firmata da Felice Varini l’opera che accoglie il visitatore di “L’occhio dinamico. Traiettorie della percezione”, la nuova mostra inaugurata ieri a Casa Rusca a Locarno e visitabile fino al 10 gennaio. Mettendo in discussione la relatività dello sguardo e il ruolo attivo dell’osservatore nella costruzione dell’immagine, l’intervento “site specific” di Varini sviluppato nella corte interna del museo lungo i suoi tre livelli condensa la riflessione alla base dell’esposizione che riunisce sessanta opere di sedici artiste e artisti svizzeri e internazionali, contemporanei e non, che hanno fatto della percezione il fulcro della propria ricerca. Passando dalla Op Art, all’arte cinetica, dall’anamorfosi alla fotografia fino alle pratiche contemporanee, la collettiva chiede allo spettatore di muoversi, verificare, dubitare e prendere posizione.

Una serie di incroci da attivare

«Vedere è un atto automatico. Guardare significa invece attivare una serie di incroci tra elementi scientifici, culturali e psicologici che costruiscono il significato di ciò che osserviamo, ed è su questa attivazione che le opere in mostra cercano di lavorare». Da questa premessa si sviluppa il percorso concepito dal curatore Marco Franciolli, già direttore del Museo Cantonale d’Arte e del Museo d’Arte di Lugano, nonché primo direttore del Masi.

Dopo aver attraversato l’opera di Varini, divenendone parte, si accede al primo capitolo della mostra, dedicato alle esperienze dell’arte cinetica e dell’Optical Art che tra gli anni Cinquanta e Sessanta hanno posto le basi della ricerca sulla percezione visiva. Il percorso riunisce alcuni dei protagonisti di questa stagione, tra cui Jean Tinguely e Victor Vasarely, che avevano esposto insieme nella storica mostra “Le Mouvement” del 1955 a Parigi. Nella sezione iniziale si fa l’incontro anche con Franco Grignani – il cui “Studio di tensioni” è al centro del materiale divulgativo dell’esposizione locarnese – che ha sviluppato una ricerca in cui la matematica diventa principio generativo dell’immagine. Geometrie, proporzioni e sequenze regolano strutture fondate su griglie e interferenze, mentre la linea è sottoposta a deformazioni calcolate che producono vibrazioni e slittamenti percettivi: alla massima precisione formale corrisponde così una condizione di instabilità visiva.

Il nucleo centrale della mostra è dedicato alle anamorfosi, caratterizzate da una componente di gioco colto, quasi magico. Tra gli esempi più celebri di queste prospettive deformate, Casa Rusca ospita un’opera seicentesca di Johann Heinrich Glaser raffigurante una donna e un buffone leggibile soltanto attraverso il riflesso su una superficie specchiante. Lo stesso principio attraversa il lavoro di Markus Raetz, che dell’anamorfosi e degli slittamenti di senso ha fatto il centro della propria ricerca. Tra le sue sculture visibili a Locarno spicca la silhouette in omaggio al fisico Ernst Mach: una testa capovolta che, in uno specchio posto accanto, si rivela nella posizione corretta. Per il curatore, Raetz è l’artista che rende più esplicita la presenza di molteplici livelli di lettura senza rinunciare all’immediata accessibilità. Una qualità che accomuna tutti gli altri artisti in mostra, selezionati per la capacità di tradurre concetti complessi in forme godibili anche in assenza di una preparazione in storia dell’arte. «L’arte dovrebbe essere così – commenta Franciolli – senza bisogno di grandi apparati teorici». Il percorso estende la propria indagine anche alla fotografia e al cinema, proponendosi di superare l’idea dello scatto come registrazione oggettiva del reale. Se ad esempio Bernard Voïta e Luciano Rigolini riflettono sul tema del punto di vista, nella sala dedicata a Barbara Probst il legame con il linguaggio cinematografico si fa diretto. La singolarità del suo lavoro risiede nel riprendere un soggetto nello stesso momento coordinando diverse macchine fotografiche disposte in posizioni differenti. Questo produce punti di vista simultanei della medesima scena che l’artista poi stampa e ricompone in sequenza, un dispositivo che richiama appunto i principi della settima arte. “Exposure #49”, fa notare Franciolli, evoca il film “Blow Up” di Michelangelo Antonioni: lo sguardo procede attraverso dettagli, scarti e sospensioni inseguendo nell’immagine una realtà che sembra continuamente sfuggire.

La necessità di essere vigili

La riflessione approda infine al tema attuale delle logiche algoritmiche come paradigma della percezione contemporanea. Nella sala dedicata ad Andreas Gysin e Sidi Vanetti viene interrogato il ruolo delle tecnologie digitali nella formazione dello sguardo: i loro schermi con immagini ruotanti sembrano il frutto di software di intelligenza artificiale, ma in realtà nascono da meccanismi analogici, evidenziando la necessità di non dare mai nulla per scontato. «Queste opere – conclude Franciolli – dimostrano quanto dobbiamo essere vigili quando guardiamo le immagini per cercare di capire davvero che cosa abbiamo di fronte».

L’inaugurazione della mostra è coincisa con quella del Festival del Film di Locarno: una scelta tutt’altro che casuale. L’intento, ha spiegato la capa del Dicastero socialità, giovani e cultura Nancy Lunghi, è di porre le locali istituzioni museali «in un rapporto rinnovato con la cultura audiovisiva, non come operazione celebrativa, ma come lavoro di sostanza». Ciò nell’anno in cui Locarno avvia il proprio percorso di candidatura alla Rete Unesco delle città creative nell’ambito del cinema. Per costruire questo dialogo tra arti visive e cinema è stato scelto di esplorare un fondamento comune, il modo in cui costruiamo ciò che vediamo: «Interrogare la natura stessa del vedere significa restituire a un gesto vissuto come automatico una responsabilità critica, etica e politica, nel senso più essenziale di partecipazione al vivere insieme. Ed è uno dei conti che un museo pubblico può e deve assumersi oggi», ha detto Lunghi. Ad accompagnare l’esposizione c’è un catalogo edito da Casagrande che raccoglie i contributi di numerosi studiosi. Tra questi anche un saggio del direttore artistico del Locarno Film Festival, Giona A. Nazzaro, dedicato alle relazioni tra fenomeni percettivi e linguaggio cinematografico.

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2026-08-06T07:00:00.0000000Z

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