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The Ticineser, il giornale che non c’è

È il nostro The New Yorker e si deve a Lisa Gyongy. Le prime quindici copertine sono in ‘The Mostra’ alla Biblioteca cantonale di Bellinzona

Di Virginia Antoniucci

Ogni tanto qualcuno scrive al profilo Instagram @the_ticineser per chiedere come abbonarsi. Sono privati, a volte alberghi. È una domanda ragionevole e non ha risposta, perché The Ticineser non esiste. Non ha una redazione, non ha articoli, non ha nemmeno una polizza di versamento. Ha soltanto copertine, una il primo di ogni mese dall’agosto 2025. Le prime quindici sono esposte fino al 30 ottobre alla Biblioteca cantonale di Bellinzona, in una mostra che si intitola ‘The Mostra – copertine per una rivista che non c’è’. Dietro, però, qualcuno c’è, ed è l’illustratrice Lisa Gyongy.

Qualche anno fa Gyongy era a Torino per il Salone del Libro. Alla galleria Caracol, in uno stand laterale, scoprì le copertine del Torineser, uno dei tanti nipoti di The Parisianer, il progetto nato nel 2013 dai direttori artistici Aurélie Pollet e Michael Prigent come omaggio al New Yorker e replicato poi in ogni città che si rispetti, da Tokyo a Barcellona. «L’idea mi ha fatto sorridere. Quando ho scoperto l’esistenza di tutte le altre riviste fittizie disseminate per il mondo, in quanto illustratrice io stessa, mi è venuto spontaneo pensare “voglio il The Ticineser”!». Il capostipite resta un modello. «Il The New Yorker è un’istituzione, è un giornale con un’idea editoriale forte che non teme niente, anzi, è un giornale che vuole creare un dialogo, anche critico, per mettere in discussione l’attualità e la società. Altrettanto forti sono le sue copertine, tanto da essersi “distaccate dal corpo” del contenuto della rivista». Tra le più celebri c’è quella del 1976 di Saul Steinberg, la veduta del mondo dalla Nona Avenue con Manhattan enorme in primo piano e il resto del pianeta schiacciato all’orizzonte, una prospettiva che in Ticino, dove l’universo tende a finire al Gottardo, suona piuttosto familiare, e che forse spiega perché un format pensato per le metropoli funzioni benissimo in un cantone con meno abitanti di Milano. «L’ironia non è stata volontaria, ma perché no», dice Gyongy. «Il nostro territorio è piccolo, ma ricco. Prendere una singola città del Ticino sarebbe stato riduttivo, è probabile che le possibilità di rappresentazione si sarebbero esaurite in fretta. Allargare il progetto al Ticino dà una possibilità d’espressione ampia e più interessante».

Atlante sentimentale

«Mi sono presa la libertà di creare la prima», racconta l’autrice della copertina d’esordio, dedicata al Festival del Film di Locarno, «che frequento da quando avevo quattordici anni e dove ho lavorato per lungo tempo. Ho recuperato il loro giallo e ho disegnato l’impronta del pardo, come una firma di intenti, unendo il mio amore per la cultura e l’illustrazione». Ma una rivista con una sola firma, per quanto inesistente, rischia di somigliare a un diario. «Mi è stato chiaro da subito che non volevo portare avanti il progetto da sola, non solo per la quantità di lavoro, ma per portare una varietà di sguardi così come fa da sempre il The New Yorker». Una redazione, a pensarci bene, The Ticineser ce l’ha, soltanto senza scrivanie, e Gyongy l’ha formata nel Collettivo Illustrazione Ticino scegliendo «le persone che ammiro e che so essere professionali» e chiedendo a ognuna di raccontare «un luogo della loro zona o un luogo al quale sono particolarmente legate». Hanno risposto Aline Passardi, Sara Guerra, Raffaele Conte, Micha Dalcol, Paloma Canonica, Timothy Hofmann, Joël Pretôt, Debora Torriani, Anthony Neuenschwander, Teo Brenni, Mavie Steffanina, Bruno Machado ed Elanor Burgyan, e ognuno è andato dove lo portava il cuore, o l’infanzia, con il risultato che il Ticino che ne esce non somiglia granché a quello dei dépliant. «Un territorio lo si può raccontare anche tramite un punto di vista intimo; un angolo di un bar, una stradina laterale, un giardino nascosto, un panorama che si intravede da una finestra del proprio salotto, un oggetto. Mi piacerebbe vederne di più così, forse, ma non ho aspettative, mi lascio stupire. Ogni nuova illustrazione che mi arriva per la prossima copertina è un piccolo regalo».

Elogio della quiete

La copertina di ottobre, disegnata da Elanor Burgyan, che è cresciuta accanto a un castagneto del Malcantone e da bambina si perdeva a caccia di castagne, riassume bene il filo conduttore che Gyongy vede in tutta la serie. «Quello che vedo personalmente sono immagini quiete. Credo ce ne sia estremamente bisogno in questo periodo e credo sia coerente con la vita privilegiata che abbiamo in Ticino. Si racconta un territorio circondato da montagne e natura, bagnato da innumerevoli laghi e fiumi, un territorio che si trova al riparo dalle turbolenze esterne del mondo». Se il New Yorker è un giornale che discute con l’attualità, The Ticineser preferisce guardarla dalla riva di un lago. «Per ora il The Ticineser si distanzia dal The New Yorker che ha più sfaccettature, ha sia il lato dell’illustrazione quieta che mostra la bellezza, sia quella inquieta che racconta le difficoltà e le brutture del quotidiano. Conto di andare avanti ancora molto con il progetto, non è detto che prima o poi emerga anche questo aspetto». Sulla carta, che peraltro non ha, i piani sono già ambiziosi. «Sto allargando le richieste anche a illustratrici e illustratori ticinesi che vivono al di fuori del cantone e a non ticinesi che vivono in Ticino. Dal nuovo anno chiederò punti di vista sul Ticino ad artiste e artisti che non sono né ticinesi, né vivono in Ticino, restando però ancora in Svizzera, poi chissà…».

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