Un chiodo fisso di nome ‘Vladimir’
L’ossessione di una professoressa di cinquant’anni per un collega più giovane e altre mille contraddizioni che sfociano in un erotismo al limite del grottesco
Di Daniele Manusia
Il problema del cinema, e quindi di quel surrogato del cinema che chiamiamo serie tv, è che la maggior parte delle cose sono visibili. Molte delle sfumature che si trovano in letteratura, delle ambiguità, delle contraddizioni che accettiamo volentieri perché in fin dei conti i personaggi sono solo un insieme di parole, sbattono contro l’alta definizione con cui gli attori rendono le proprie emozioni sullo schermo, con le espressioni facciali o il modo in cui pronunciano le battute, con cui interpretano, cioè, quell’insieme di parole. Il che non rende solo difficile trasportare le storie dalla carta al video, ma nel caso di alcune storie in particolare la fa sembrare un’impresa quasi impossibile. ‘Vladimir’, serie Netflix con Rachel Weisz, è tratta dall’omonimo romanzo di Julia May Jonas. Parla dell’ossessione di una professoressa di cinquant’anni per un collega più giovane, nel contesto di un campus universitario americano. Il tema di fondo è il politicamente corretto, o se preferite il wokismo, o se preferite il cambiamento nel paradigma della decenza, e il modo in cui ha modificato le relazioni sul luogo del lavoro o, più in profondità, i desideri. Tutte queste complessità, però, nella serie si risolvono in primi piani sognanti e giochi di sguardi tra i personaggi, con l’erotismo al limite del grottesco.
Quando ‘le cose erano diverse’
Ovviamente sono temi interessanti per una confessione personale, e infatti il personaggio di questa serie è praticamente solo uno. Rachel Weisz interpreta una donna il cui marito, professore anche lui – interpretato da John Slattery, in una delle tante reincarnazioni del ruolo che lo ha reso famoso, Roger Sterling di ‘Mad Men’ – è sotto inchiesta per aver avuto rapporti con delle studentesse. Anni prima, quando “le cose erano diverse”, come nella serie ripetono a più riprese. Weisz non è gelosa e anzi il loro era da tempo un matrimonio aperto. Di più, Weisz è una di quelle donne che, come direbbero le femministe di ultima generazione, hanno introiettato il patriarcato al punto da giustificare le azioni del proprio marito fedifrago. Dice tutto nella prima puntata: “Quando ero al college avrei voluto scoparmi tutti i miei professori. Vecchi, giovani, uomini, donne, ma ero troppo timida”. E poi, commentando proprio quello che ha fatto il marito: “Non riesco a capire come delle relazioni consensuali che erano eccitanti non nonostante le dinamiche di potere, ma proprio grazie alle dinamiche di potere possano essere considerate dannose o dolorose dopo i fatti”.
Queste cose, si dice, sono generazionali. E la serie è molto brava a mostrare questo punto. Tutti i confronti con gli studenti si rivelano delle incomprensioni, il tentativo di due specie aliene di comunicare attraverso un vetro invisibile. Delle studentesse prendono da parte la professoressa dicendole che non deve svolgere per forza di cose il ruolo della moglie di sostegno; lei cerca di insegnare ai suoi allievi, attraverso lo studio di romanzi del secolo scorso, ad andare oltre i rigidi schemi interpretativi della contemporaneità, a immedesimarsi in personaggi misogini figli del loro tempo, a cercare quei sentimenti universali che abbiamo in comune al di là di quello che riteniamo più o meno accettabile.
Ma di che parla questa serie?
La serie però non fa mai esplodere queste contraddizioni. In realtà sono gli studenti gli alieni, mentre noi siamo invitati ad aderire al punto di vista di Rachel Weisz (il cui personaggio non ha nome, come nel libro scritto in prima persona). Il problema è che altrettanto evidentemente la professoressa in questione non fa altro che compiere errori, uno dopo l’altro. Dimentica la lettera di raccomandazioni per la sua studentessa preferita, è invadente e manipolatrice con la figlia, ipocrita col marito, riempie tutti di bugie e pensa anche di essere dalla parte del giusto. Diventa insopportabilmente patetica, proviamo imbarazzo per lei. Sembra non rendersi conto di quello che sta succedendo, persa dietro le sue fantasie riguardo il giovane collega Vladimir, interpretato da Leo Woodall, un americano biondo e palestrato che sembra fatto con l’IA. Weisz non capisce se si sta inventando un flirt di sana pianta o se c’è un minimo di reciprocità. Il bisteccone americano apre poco bocca ma ogni volta che lo fa è ambiguo e allusivo. È uno scrittore di successo, possibile sia solo maldestro, sia tutto un malinteso? Rachel Weisz si lamenta di essere una donna di mezza età invisibile: “È possibile che io non sia mai più la causa di una spontanea erezione”, e fa ridere dato che è bona da morire anche a cinquantasei anni. Lo spettatore è confuso: di che parla questa serie? Di relazioni inopportune o comunque pericolose – il bisteccone è sposato e ha una figlia piccola, la moglie ha persino tentato il suicidio – o della difficoltà di una donna oggettivamente molto bella a capire se un ragazzo di venti anni più giovane vuole portarsela a letto? Il problema è che sul lavoro non si può più inciuciare – perché entrano in ballo le dinamiche di potere di cui sopra, i conflitti di interesse – o che questa particolare donna non riesce a inciuciare con quel particolare uomo?
In amore
A conti fatti, la serie finisce col concentrarsi su questa seconda cosa. La questione del marito passa lentamente sullo sfondo – d’altra parte, non ha abusato di nessuno, era semplicemente un porco – e la questione generazionale anche si rivela una scusa per parlare del tormento carnale di Rachel Weisz. In un libro, dicevamo, le possibilità di introspezione psicologica sono molte di più. Rachel Weisz tiene in piedi la serie con il suo sguardo da miope, con la sua eccitazione sempre presente, ma dopo un po’ che la vediamo fantasticare sulle sue fantasie adolescenziali iniziamo a pensare che il desiderio l’abbia rincretinita. Ma forse i rincretiniti siamo noi che guardiamo una serie del genere fino all’ultimo episodio. ‘Vladimir’ è la versione intellettuale di un raccontino erotico. Il punto di vista femminile, vagamente antifemminista, spacciato come anticonvenzionale, non basta a giustificare il modo in cui una questione così piccola è tirata per le lunghe e dilatata. In amore, diceva Ernesto Sabato, c’è una persona che soffre e l’altra che si annoia. Guardando ‘Vladimir’, noi siamo quelli che si annoiano.
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2026-03-18T07:00:00.0000000Z
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