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Sbatti Tortora in prima pagina

Il calvario del presentatore nel ‘Portobello’ di Bellocchio, serie curata come un lungo film, di una qualità che certe piattaforme nemmeno meriterebbero

Di Daniele Manusia

Chiedo scusa al mio caporedattore per il ritardo. Questa recensione, con un po’ di furbizia in più, l’avrei dovuta consegnare prima del voto per il referendum con cui il governo Meloni, in Italia, ha chiesto conferma ai cittadini per cambiare la Costituzione e separare le carriere di giudici e pubblici ministeri. Ma forse è meglio così. Quanto sarebbe stato sbagliato parlare di ‘Portobello’ col filtro del referendum sulla giustizia! Quanto sarebbe stato, appunto, ingiusto, nei confronti di Marco Bellocchio e di una serie tv curata come un lungo film, con una qualità a cui l’Italia e le piattaforme streaming come HBO Max non sono abituate e neanche meritano!

Certo è una coincidenza difficile da non notare: la serie sul peggior caso di “malagiustizia” della storia della Repubblica italiana, uscita proprio quando c’è da votare una riforma sulla giustizia. Come se non bastasse, la figlia del protagonista della serie, scomparso da poco meno di quarant’anni e quindi senza diritto di parola, si è espressa in tv dicendo che con quella riforma il padre non sarebbe stato condannato. E quindi, va da sé, la rabbia che si prova guardando ‘Portobello’ sarebbe stata vendicata a posteriori votando a favore della riforma. Ma sul tema si è espresso anche lo stesso Bellocchio – cui forse non faceva piacere apporre sul proprio lavoro una data di scadenza – dicendo che avrebbe votato contro la riforma e che, in ogni caso, la sua serie non ha rapporti con l’attualità. O meglio, un rapporto con l’attualità ce l’ha per forza di cose, ma come tutte le opere d’arte profonde ‘Portobello’ usa i fatti per andare oltre ai fatti stessi.

La storia di Enzo Tortora è conosciuta, ma vale la pena riassumerla. Presentatore del programma di maggior successo di metà anni ’80, con picchi di 28 milioni di spettatori, Enzo Tortora – interpretato da Fabrizio Gifuni – viene accusato da un camorrista di far parte del clan dei casalesi. Nonostante non ci sia nessuna prova ma solo accuse di pentiti che avevano tutto da guadagnare nell’offrire un boccone così goloso alle fauci della giustizia italiana, Tortora viene condannato a dieci anni nel settembre del 1985 (prima di essere assolto in appello un anno dopo) per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. È una storia conosciuta, dicevamo, ma di cui si è parlato molto poco fino a oggi. Forse è intervenuta una sorta di vergogna collettiva a censurare il ricordo, nonostante la moda del true crime secondo cui quasi ogni caso può essere riaperto e giudicato al contrario di come hanno fatto investigatori e giudici. Qui di dubbio non c’è niente, proprio per questo sarebbe poco interessante se ‘Portobello’ si limitasse a mostrare gli ingranaggi del meccanismo che ha inghiottito un innocente. Bellocchio va oltre.

‘Un cinico mercante di morte’

Prendiamo la figura di Giovanni Pandico, primo pentito ad accusare Tortora, offeso forse per dei centrini cuciti a mano e offerti al presentatore senza ricevere in cambio una menzione nel programma. Anche grazie alla magnifica interpretazione di Lino Musella – viscido e superbo al tempo stesso, innocuo e assassino, con una teatralità da pazzo, da Joker – Giovanni Pandico si trasforma da squallido arrampicatore della malavita, pavido leccapiedi al servizio del sadismo di Raffaele Cutolo, in un personaggio shakespeariano, uno Iago capace di sussurrare nell’orecchio degli italiani una verità inesistente, l’incarnazione dell’invidia distruttrice su scala nazionale. Nella realtà storica Pandico era un criminale da quattro soldi, un paranoico finito in prigione per aver sparato in un ufficio comunale durante una lite per il rinnovo di un documento, uccidendo due estranei. In ‘Portobello’ diventa una specie di coscienza metaletteraria in grado di riflettere sulla genialità, e sulla crudeltà, della sua stessa messa in scena. Durante il processo, quando il pubblico ministero definisce Tortora “un cinico mercante di morte”, e poi esce di scena baciando moglie e figlio in una luce soffusa, Pandico dietro le sbarre della sua celletta commenta: “l’arte della commedia”.

Ed è proprio la teatralità di quanto accaduto a Tortora che interessa più profondamente Bellocchio. Il modo in cui così tante persone hanno potuto prendere parte a una messinscena tanto falsa e ingiuriosa. Alcune consapevolmente, altre inconsapevolmente, tutte però credendo di stare nel giusto. Non c’era prova che potesse scagionare Tortora durante le indagini, niente di abbastanza grande da far tornare gli inquirenti sui propri passi. Se la foto che lo ritrarrebbe con uno dei pentiti non si trova non c’è problema, in molti dicono di averla vista. Se il numero di telefono trovato su un’agendina, vicino a cui sembra esserci scritto “Enzo Tortora”, in verità appartiene a un certo “Enzo Tortona”, grossista di bibite, poco importa, basta non parlare mai più dell’agendina. E d’accordo gli investigatori e la loro incapacità di fermarsi e dire: ci siamo sbagliati; ma per quale motivo i giornalisti che fino al giorno prima avevano guardato Tortora come una star dell’intrattenimento si ritrovano a brindare dopo la sentenza vedendola come “una vittoria di noi umili cronisti”, commentando: “Ce lo siamo tolto dai coglioni”? E quei 28 milioni di italiani felici di farsi rincretinire, ogni venerdì sera su Rai 2, da Tortora e dai tentativi di far dire al pappagallo il nome del programma, perché gli si sono rivoltati subito contro?

Al di là dei fatti e delle prove

Bellocchio ha già raccontato in passato l’Italia del secolo scorso. ‘Sbatti il mostro in prima pagina’, ‘Buongiorno, notte’, ‘Esterno notte’, alcuni esempi dalla filmografia di uno dei più importanti registi del cinema italiano, che a 86 anni mantiene la vitalità che piacerebbe avere a molti esordienti. E in questo caso il contesto che emerge qua e là con immagini di repertorio o ricostruzioni – splendido il cameo di Valeria Marini nei panni di Moira Orfei, che a cavallo di un elefante saluta Tortora alle finestre della prigione – contribuisce a rendere verosimile una storia che rischieremmo di dimenticare sia realmente accaduta. A Bellocchio non interessava tanto Enzo Tortora in sé, come vittima, quanto il conflitto tra vero e falso, tra reale e immaginario. Questo forse è il nesso più diretto e rilevante con la nostra attualità. Non tanto se sia opportuno o meno separare le carriere di pubblici ministeri e giudici, quanto il modo in cui ancora oggi l’opinione pubblica è disposta a dividersi in tifoserie opposte su ogni argomento. Al di là dei fatti e delle prove. Ignorando, trasfigurando fatti e persone, scambiando santi per criminali e viceversa. “Devo poterle dire con tutto il dolore”, dice Tortora al giudice, “l’indignazione che provo, chi sono realmente”. Il giudice lo guarda con occhi bovini, indifferenti. Una lezione. ‘Portobello’ è una critica a questa cultura superficiale e stupida, un monito a stare attenti perché si fa presto a ritrovarsi dalla parte sbagliata della storia, quando non si è più in grado di riconoscere la realtà.

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