Kety Fusco, for your Grammy consideration
Sogna di scrivere musica per un film horror, si gode l’attenzione della Recording Academy e prepara il suo Floating Notes Festival, il 30 e 31 ottobre al Sociale
Di Beppe Donadio
“Pronto? Parlo con Kety Fusco? Siamo quelli del Grammy. Volevamo avvisarla che l’abbiamo presa in considerazione”. Le parole non sono state esattamente queste e nemmeno le dinamiche, ma il senso sì. Da un paio di settimane l’arpista ticinese è nel primo turno di votazione dei Grammy Awards, gli Oscar della musica, nella categoria Best Dance/Electronic Album. Qualcuno dei selezionatori del premio ha scelto il suo album ‘Bohème’ (A Tree in a Field Records) e lo ha inserito nella competizione. A novembre verranno comunicate le nomination e se Kety dovesse ritrovarsi tra i cinque di ogni categoria «si andrebbe tutti a Hollywood a festeggiare, in ogni caso, ma so bene quanto sia difficile ed è già importante per me essere stata selezionata», ci dice. «Non avevo realizzato, non ero un’esperta di Grammy, poi quando ho capito ho provato gratitudine. Credo molto in ‘Bohème’, so che il featuring di Iggy Pop nel brano ‘She’ mi ha dato internazionalità. Sono felice». Incontriamo Kety Fusco a una settimana dal Floating Notes Festival, rassegna da lei fondata e da quest’anno co-diretta insieme al regista Michele Pennetta. L’evento si è trasferito dalle altitudini di San Bernardino alla più terrena Bellinzona, dove il 30 e 31 ottobre al Teatro Sociale (con appendice all’alba del primo novembre) arriveranno tanti nomi della musica contemporanea svizzera e internazionale, quelli che mettono in dialogo suono, tecnologia e immagine (prevendita all’InfoPoint di Piazza Collegiata, su www.ticketcorner.ch e relativi punti vendita). «Confesso che la montagna mi manca, ma Bellinzona offre più possibilità di far conoscere un festival che è diventato grande e merita visibilità per gli artisti che vi partecipano. Accetto questo compromesso», dice l’arpista. Arriveremo presto alle note fluttuanti, non prima di aver sondato l’umore di Fusco in odor di ‘grammofonino’, che in nome dell’avvicinamento alle nomination sfoggia sui social il classico “For your Grammy Consideration”, una specie di italianissimo “votate, votate, votate” rivolto ai membri votanti dell’Academy.
Aggiorniamo le parole di Iggy Pop in ‘She’: ‘The harp is not heard, as much’, ovvero ‘l’arpa non si ascolta così spesso’, ora un po’ di più. Quanto vale l’attenzione dei Grammy in chiave di riconoscimento del lavoro fatto, con uno strumento meno immediato di una chitarra elettrica?
È sempre bello vedere il proprio lavoro riconosciuto, anche se la mia realizzazione massima resta quella di stare sopra un palco a far sentire i miei brani, che non sono proprio ‘da radio’. Credo abbia ancor più senso ascoltarli dal vivo perché suono il mio strumento, lo sento, vivo la musica in modo completo, e lo faccio con uno strumento complesso come l’arpa. Al di là di tutto questo, che resta per me l’aspetto primario, l’essere notata nella enorme quantità di musicisti di tutto il mondo non può che essere gratificante.
Per quelle che sono state le dinamiche discografiche che hai vissuto, la segnalazione al premio è anche un riconoscimento alla tua dichiarazione d’indipendenza dalle major.
Ho scelto l’indipendenza perché ho provato per due anni a stare in una grande label e ho capito che se fossi andata in quella direzione mi sarei persa. Avevo già in mente cosa avrei voluto essere, ma soprattutto cosa non avrei voluto, ho sempre tenuto alla mia identità e a quella del mio progetto, alla riconoscibilità. Al timbro, come si dice nella classica.
Dentro la major c’era chi sceglieva per te?
Sì. C’era chi mi inviava brani già scritti o prodotti, che non mi piacevano ma siccome venivano da persone della stessa label, si dava per scontato che li dovessi scegliere. Non ero libera a livello di dress code, i consigli sull’immagine erano una specie di imposizione e per me la ricerca musicale veniva prima dell’immagine. Ma non sto sputando nel piatto in cui ho mangiato: scontri a parte, ho sfruttato a mio favore certe dinamiche della label, come l’essermi potuta far conoscere più velocemente di quanto accade a chi muove i primi passi nella musica e una grande etichetta non ce l’ha. Ho avuto la fortuna di saltare un pezzo di gavetta.
Hai saltato anche quella cosa spietatissima chiamata ‘contest’...
Sono stata contattata per due volte. La prima quand’ero sotto contratto, ci tenevano che facessi Italians Got Talent e Got Talent España, rassicurata sul fatto che sarei stata già in finale. La cosa mi ha amareggiata, imbarazzata e anche un po’ offesa, non avrei mai accettato nulla del genere.
Parlando di ‘She’ hai chiamato in causa gli horror, Dario Argento e i Goblin. Non a caso i tempi dispari rimandano a ‘Profondo rosso’, ma anche a ‘Tubular Bells’ di Mike Oldfield. Quello con l’horror è amore?
Adoro Dario Argento, adoro gli horror in generale. ‘Il sesto senso’ è il primo che ho visto, un film abbastanza sobrio, ma avevo 9 anni. ‘La casa’ di Sam Raimi l’ho visto a 11 anni grazie ai miei cugini, perché i miei genitori non me l’avrebbero permesso. Il genere mi ha sempre appassionato e in particolare la musica dei Goblin. Mi piacerebbe essere contattata da un regista per scrivere le musiche del suo horror, spero succederà. Ecco, fare musiche per un horror è la mia risposta alla domanda “qual è il tuo sogno nel cassetto?”.
E il messaggio ai registi è lanciato, veniamo al Floating Notes Festival. La direzione artistica è per molti musicisti una costante, un piacere, una necessità. Nel tuo caso?
È stata la volontà di ampliare il mio mestiere, di creare una collettività. La cosa è partita nei Grigioni, la partnership con il Sociale e la Città di Bellinzona mi permette ancora di portare qui gli artisti che amo. Nel 2023 a San Bernardino vennero Lubomyr Melnyk e l’arpista statunitense Mary Lattimore, la settimana prossima a Bellinzona verranno Jeff Mills con il cinemix di ‘Metropolis’, Christophe Chassol, artista che amo da sempre e che nel 2026 ha realizzato un album davvero speciale, ‘Funny How?’, prendendo parti cantate della commedia americana. Ci saranno tanti nominati ai Premi Svizzeri di musica come Manuel Troller, chitarrista che ascolterei per ore, l’arpista Julie Campiche con un lavoro stupendo legato al campionamento delle voci, e l’arpista c’è sempre al Floating Notes. Ci sarà Nadine Carina, con la quale in passato ho lavorato. Ho scoperto che stava facendo nuova musica, suonerà in Ticino dopo tanto tempo. E poi Davide Botta, che al Sociale farà il suo primo release con un cinemix intitolato ‘Cosmonauta’. Verrà anche la violoncellista Sara Oswald, che abita un mondo sonoro simile al mio.
Mondo sonoro che non ha sempre i riflettori puntati addosso…
Sì, è musica che non viene passata in radio, che devi vedere, che richiede di ‘esserci’. A parole potrei convincerti, ma mai fino in fondo, devi entrare nell’esperienza. Viviamo un’esplosione di IA applicata alla musica e so che gli strumenti veri torneranno, così come la fisicità del concerto. La vista di un musicista che si consuma le dita sulle corde, che si ‘sporca le mani’ oggi è l’atto che manca, non sai mai se quel che vedi è vero o finto, e il concerto è il modo perfetto per riconnettersi con la verità.
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