‘Ho perso la fiducia in un certo modo di far politica’
Daniele Caverzasio si dimette dal Gran Consiglio dopo quasi 15 anni. E sulla Lega: ‘Se saprà ritrovare chiarezza e visione potrà essere ancora centrale’
Di Jacopo Scarinci
Dopo quasi 15 anni Daniele Caverzasio lascia il Gran Consiglio: ‘Oggi ci si concentra più sulla polemica che sulla ricerca di soluzioni’. E sulla Lega: ‘Potrà essere ancora centrale, a patto che...’
«Non ho perso la fiducia nella cosa pubblica, ma in un certo modo di far politica sì: oggi conta più il rumore della sostanza». E allora, quasi 15 anni in Gran Consiglio possono bastare. Daniele Caverzasio dice basta, e annuncia le proprie dimissioni dal legislativo cantonale che tra il 2020 e il 2021, in piena pandemia, ha anche presieduto. E la Lega perde un altro pezzo da novanta nel suo gruppo, per esperienza politica e della pratica parlamentare. A colloquio con ‘laRegione’, Caverzasio spiega i motivi che l’hanno fatto giungere a questa scelta.
La sua decisione di dimettersi arriva a circa un anno e mezzo dalle prossime elezioni cantonali. Cosa l’ha portata a farlo proprio ora?
Non è stata una reazione emotiva né un gesto improvviso. È una decisione maturata nel tempo. Il ruolo di deputato al Gran Consiglio del Cantone Ticino richiede presenza reale, testa libera, energia costante. Non è un incarico che si può svolgere a metà. In questa fase della mia vita, con responsabilità importanti su altri fronti, non ero più nelle condizioni di garantire quella dedizione totale che considero doverosa. Avrei potuto restare fino a fine legislatura, ma restare per inerzia o per convenienza non sarebbe stato rispettoso né verso l’istituzione né verso chi mi ha eletto. Negli ultimi mesi ho capito che, per continuare a servire bene gli altri, dovevo prima rimettere ordine nelle mie responsabilità e nelle mie energie. Non è una rinuncia, è un atto di serietà.
È stato presidente del Gran Consiglio e capogruppo della Lega, ha presieduto varie commissioni tra cui quella della Gestione. Da dove nasce allora la stanchezza che traspare da questa scelta? È cambiata la politica?
Le soddisfazioni non sono mancate, e non le rinnego. La stanchezza non nasce dai ruoli, ma dal contesto. Oggi la politica è spesso più concentrata sul rumore che sulla sostanza, sulla polemica che sulla costruzione di soluzioni. Io non ho mai avuto problemi con il confronto duro, anzi. Ma quando il dibattito perde profondità, quando il posizionamento conta più del contenuto, a lungo andare consuma. Non ho perso fiducia nella cosa pubblica, ma in un certo modo di far politica sì. E quando si sente che si sta resistendo più per dovere che per convinzione, è giusto fermarsi.
In questi anni è cambiata anche la Lega. Lei è uno dei ‘leghisti della prima ora’: che giudizio dà oggi sul movimento?
La Lega dei Ticinesi è cambiata, ed è naturale che sia così. È un movimento che ha segnato profondamente la storia politica ticinese e che ha saputo intercettare, prima di altri, bisogni e malesseri reali del Paese. Questo patrimonio non va dimenticato. Oggi vive una fase più complessa, in un contesto molto diverso rispetto agli inizi. Credo però che la Lega abbia ancora un potenziale importante, a condizione di saper riflettere su linguaggio, priorità e capacità di rinnovarsi. Non per rinnegare ciò che è stata, ma per restare fedele alla sua funzione originaria: vale a dire parlare chiaro, stare dalla parte concreta delle persone, offrire soluzioni e non solo reazioni. Se saprà ritrovare chiarezza e visione, potrà continuare a essere una forza centrale nel panorama politico ticinese.
C’è chi legge questa uscita dal parlamento come una pausa strategica in vista di una possibile candidatura al governo. È così?
No. Non c’è alcuna strategia nascosta. Chi mi conosce sa che non ho mai fatto politica con il cronometro in mano. Oggi non sto preparando nulla. Sto semplicemente rimettendo ordine nelle priorità. Credo che la politica autentica nasca dall’allineamento tra ciò che fai e ciò che sei, non da un piano a tappe. Se in futuro dovessero aprirsi altri percorsi, lo faranno in modo naturale, non per calcolo.
Guardando indietro al suo percorso in parlamento, cosa porta con sé sul piano personale e politico?
Mi porto via soprattutto la consapevolezza della complessità. Decidere non è mai semplice come appare dall’esterno. Le istituzioni sono fragili perché sono fatte di persone. Mi porto via errori, perché chi decide sbaglia. Mi porto via anche qualche cicatrice, che considero parte del percorso. Ma soprattutto mi porto via lezioni importanti: sull’ascolto, sul valore del dubbio, sulla necessità di restare umani anche quando il contesto spinge a irrigidirsi. La politica ha senso solo se mantiene questa dimensione.
Questa scelta segna un passo indietro dal livello cantonale. Il suo impegno a Mendrisio continuerà?
Sì, senza esitazioni. Il mio impegno a Mendrisio continua con convinzione e senso di responsabilità. È lì che oggi sento di poter essere utile in modo concreto, presente, quotidiano. La politica comunale ti mette davanti ai problemi veri delle persone, senza filtri e senza scorciatoie. Per me la politica non è mai stata una carriera, ma una responsabilità verso una comunità. E questa responsabilità resta. In altre parole: le cariche passano ma la coerenza è importante che rimanga sempre. Ed è l’unica cosa che non intendo lasciare via.
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