L’Europa di Lucio Corsi comincia da Lugano
Dalla sagra del porcino di Roccastrada ai bootleg di Dylan, dalla ‘Chitarra nella roccia’ a Lugano, da dove il 24 gennaio parte (in bus) il suo Tour Europeo
di Beppe Donadio
Un 2025 da incorniciare, chiuso da un disco dal vivo. Il 2026 riparte dal Tour Europeo, al via sabato 24 gennaio al Padiglione Conza. A colloquio con il 32enne cantautore maremmano.
Se un anno fa qualcuno ancora avesse avuto dei dubbi, ‘Francis Delacroix’ eseguita dal bancone della sala stampa del Sanremo 2025 li avrebbe dissolti tutti. Oggi che trovare chi se le scrive e se le canta è come andar per funghi fuori stagione, Lucio Corsi è l’eccezione. Con ‘Volevo essere un duro’ il 32enne maremmano cresciuto a pane e songwriting ha messo d’accordo le cosiddette masse (Festival ed Eurovision) e la cosiddetta élite (Targa Tenco all’album e alla canzone, doppia come solo Conte, De Andrè e Bersani). Mancavano solo il live – ‘La chitarra nella roccia’, disco registrato nell’abbazia di San Galgano, nel Senese, con inediti e lungometraggio annessi – e la Christmas song ‘Notte di Natale’, degno prologo del Tour Europeo al via sabato 24 gennaio alle 20.30 dal Padiglione Conza di Lugano (www. biglietteria.ch). Rigorosamente in bus, come nei tour di una volta, Corsi si fermerà poi a Zurigo, Vienna, Praga, Varsavia, Berlino, Bruxelles, Londra, Lussemburgo, Amsterdam e Parigi. Lui e la band, gli amici di sempre, quelli che a volte sono “come una chiesa”, a volte “un’ambulanza che ti corre incontro”, gli amici cantati in ‘Nel cuore della notte’, cosa pianistica e bellissima che chiude ‘Volevo essere un duro’, il disco.
iTunes Music scrive: ‘Il primo album dal vivo di un duro mancato’. Lucio Corsi: il successo poi indurisce?
Il successo non deve cambiare le carte in tavola. Penso sempre che le persone che ho intorno siano la chiave per mantenere gli occhi puntati su ciò che è davvero importante, ovvero la musica. Abbiamo attraversato insieme vari momenti di un percorso di tentativi, di cose venute bene e altre meno, di errori e tutto il resto. Il momento di successo non deve distoglierci dalla voglia di metterci al piano o alla chitarra a scrivere, suonare e registrare. Tommaso Ottomano, Francis (Delacroix, quello della canzone, il fotografo Francesco Cerutti, ndr) e tutti coloro che suonano con me da quand’eravamo ragazzini mi hanno aiutato tanto in quest’anno così diverso dal solito.
L’anno di Sanremo ma pure dell’Eurovision, quinto con suoni ‘reali’ dopo quattro pezzi iperprodotti, per qualcuno ‘un’impresa’…
Mi ha fatto piacere. È evidente che l’Eurovision è molto diverso dai tour, dalla musica dal vivo, a partire dal fatto che non si possono suonare gli strumenti, cosa molto televisiva e un po’ assurda ma della quale comunque ero cosciente. Quello dell’Eurovision è un bel palco sopra il quale portare la propria idea di musica, la propria forma d’espressione. Noi avevamo la nostra e non eravamo così fuor d’acqua.
Il 2025, si è detto del Festival, è stato anche l’anno del ritorno dei cantautori, che comunque non se n’erano mai andati...
È questione di momenti, di onde, e in Italia quel modo d’intendere la canzone non è mai sparito. A volte torna sotto gli occhi di tutti, anche quelli di chi non aveva mai approfondito quella specifica tradizione. Il mio può non essere un modo d’intendere le canzoni radicato nel contesto storico attuale, ma mi interessa pensare le canzoni in quella modalità e non m’importa se magari non è il momento giusto per farlo. M’interessa cosa sento di voler esprimere.
Volevi fare un disco dal vivo ‘come quelli di una volta’ e ‘La chitarra nella roccia’ è la realizzazione di quell’intenzione. Quali sono, a questo proposito, i tuoi dischi dal vivo ‘di una volta’ preferiti?
I tanti bootleg di Dylan in primis, quelli del ‘Rolling Thunder Revue’, l’esempio di come si portano le canzoni dal vivo, rivoltate, lontane dalle registrazioni in studio. Trovo giusto portare sul palco le canzoni sotto altre forme perché è lì che si svelano per quel che sono realmente. Sia io che i ragazzi che suonano con me siamo nati e cresciuti con quell’idea di musica dal vivo, la musica con le spie, senza click in cuffia, senza basi, con quello che suoni, che ti esce dalle mani. Una musica anche sgangherata, ma non per questo meno professionale. E non è perché è fatta ‘alla vecchia’, ma perché è l’unico modo che ci ha sempre affascinato.
Bowie, glam rock, nomi e concetti che si sono spesi parlando di te. Come sarà suonare allo Shepherd’s Bush Empire di Londra?
Sarà una grande emozione. Lungo il tour passiamo in alcuni locali e club in cui hanno suonato i grandi, farà paura vedere le foto dei backstage. Il glam rock è una delle mie grandi passioni, uno dei generi che mi hanno ispirato, un tipo di rock che intorno al 1975 in Italia attecchì veramente poco ma che io trovo sia la forma più elegante di rock, molto meno tamarra rispetto a com’è inteso da noi, più anni Novanta, più grezzo. Nel glam rock ci sono ballate meravigliosamente eleganti, anche a livello di accordi, di struttura e arrangiamento, che fondono il rock and roll e il blues degli anni Cinquanta con sonorità più moderne, in cui convergono leggerezza e tecnica.
Viaggerai di città in città in bus. ‘Nothing but Time’ di Jackson Browne, su ‘Running On Empty’, è incisa sul bus che passava da Portland, ‘Cocaine’ in un hotel dell’Illinois…
Sarebbe fantastico riuscire a registrare, magari con un Tascam Portastudio 4 tracce. In un tour del genere ti carichi di un’energia particolare, sei stimolato a livello di sensi: le voci della gente, il caldo, i volumi alti, le luci. È una tale scossa che quando finisci di suonare e torni a casa ti deprimi, per forza di cose. Quest’estate, finita la quarantina di date, finite quelle sensazioni, non sapevamo più dove sbattere la testa.
Ricordi il tuo primo concerto?
Sì, avevo un trio, facevo il chitarrista. Avevo 15 anni, era la Notte bianca di Grosseto, aprivamo per un gruppo in una piazzetta. Il giorno dopo eravamo alla sagra del porcino di Roccastrada (Grosseto, ndr), ho ancora il manifesto di quella data, sopra è specificato “durante la spettacolare gara di briscola” (ride, ndr).
Cito dalla tua canzone: ‘Nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi’. A questo punto, una mezza idea in più ce l’hai?
Scrivere le canzoni e portarle in giro è la cosa che mi dà più gioia. Il futuro lo sto immaginando e la cosa mi dà sempre tanta energia, sin da ragazzino ho lavorato a un disco pensando a quello dopo. Funziona così, ti crei un’idea di dove andare, la direzione nella quale muoverti, poi puoi anche cambiarla, ma intanto una destinazione c’è.
Altre tue parole: ‘Non credo nell’ispirazione, credo nello stare davanti al piano tutto il giorno’. Penso a Brian Wilson dei Beach Boys che si dice sia impazzito cercando la canzone perfetta. O forse sono stati gli acidi. Comunque mi sembrava giusto avvisarti…
La forma di ossessione c’è, ci deve essere. A volte è pericolosa è non un bene, ma fa parte delle cose. Ho visto di recente un’intervista a Randy Newman, s’intitola ‘Sono sfortunatamente Randy Newman’ e l’artista dice proprio che baratterebbe qualsiasi cosa pur di scrivere una bella canzone. Credo che valga in ogni mestiere: più stai lì a fare tentativi e più impari, più possibilità hai che nasca una bella canzone. Se scrivi con costanza non puoi mai buttare via il risultato per intero, e alimenti un archivio di ‘parti di ricambio’: quando ti mancano un tema o un ritornello, puoi sempre aprire quel cassetto.
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